Esistono molti modi per capire davvero un Paese. C’è chi studia le statistiche economiche, chi ascolta i discorsi parlamentari, chi attraversa province e stazioni ferroviarie annotando accenti e cartelloni pubblicitari. Io, negli ultimi tempi, sto facendo una cosa molto più pericolosa: sto leggendo i portali regionali italiani dedicati a bandi, finanziamenti e incentivi pubblici. E dopo settimane passate dentro questa foresta digitale, ho sviluppato la convinzione che l’Italia non sia una nazione amministrativa unica ma un arcipelago di micro-civiltà informatiche cresciute separatamente nel corso dei secoli, ciascuna con la propria lingua, i propri rituali e le proprie divinità tecnologiche.

La cosa straordinaria è che tutto questo convive contemporaneamente sotto la stessa bandiera. Esistono regioni che espongono API JSON talmente pulite, coerenti e documentate da sembrare progettate da un monastero di ingegneri protestanti devoti all’ordine semantico dei dati pubblici; e poi esistono altri territori dove l’esperienza di consultazione ricorda piuttosto l’esplorazione di un bunker amministrativo sopravvissuto a tre legislature, due fusioni societarie e forse anche all’estinzione dei modem 56k. Portali ASP.NET che si aprono con la lentezza di un portone medievale arrugginito, form Oracle PL/SQL che paiono scritti durante il paleolitico dell’e-government, encoding dichiarati UTF-8 che in realtà parlano ancora ISO-8859-1 come vecchi radioamatori nostalgici della SIP. Nel 2026 l’umanità discute serenamente con intelligenze artificiali capaci di produrre codice, immagini e ragionamenti complessi, ma una parte della pubblica amministrazione italiana continua a comunicare come un fax sopravvissuto alla fine della civiltà industriale.
La regione Marche, ad esempio, meriterebbe una tesi di antropologia computazionale. Per leggere alcune sezioni del portale senza essere trattati come un sabotatore internazionale bisogna fingersi il crawler di Facebook, letteralmente. Il sistema accetta con serenità l’identità di facebookexternalhit/1.1, il bot che genera le anteprime dei social, mentre osserva con sospetto quasi qualunque altro client HTTP. È una scena che sembra uscita da un romanzo di Stanislaw Lem riscritto da un consulente cybersecurity in burnout: il ponte levatoio si abbassa soltanto per il menestrello ufficiale dell’impero social, mentre il resto del mondo resta fuori dalle mura a bussare sotto la pioggia.
Eppure il punto interessante non è ridere di questi sistemi. Più li osservo e più mi convinco che il problema italiano non sia la caricatura dell’incompetenza assoluta che tanto piace ai professionisti del cinismo da social network. Il problema reale è la stratificazione geologica della nostra informatizzazione pubblica. Ogni regione è cresciuta con bilanci differenti, dirigenti differenti, emergenze differenti, fornitori differenti, ondate tecnologiche differenti. Alcune hanno avuto visione, continuità e investimenti. Altre hanno semplicemente accumulato software sopra software come si accumulano quartieri su rovine romane. Il risultato è un mosaico che non assomiglia a un sistema nazionale coerente ma a un mercato medievale costruito sopra cattedrali, caveau europei, prefabbricati anni Novanta e condotti cyberpunk aggiunti durante la notte.
Ed è qui che la retorica della “digitalizzazione” comincia a scricchiolare come un controsoffitto ministeriale. Perché nei convegni si immagina spesso un cittadino che accede serenamente a un unico ecosistema pubblico razionale, interoperabile, leggibile. La realtà invece è un viaggio iniziatico dentro decine di piattaforme che parlano linguaggi differenti, espongono dati in modi incompatibili e difendono le proprie logiche interne come antichi principati italiani in guerra fra loro. Costruire qualcosa che raccolga davvero bandi, incentivi e opportunità pubbliche non significa dunque “fare un aggregatore”, espressione che nel lessico startupistico moderno viene pronunciata con la stessa leggerezza con cui si ordina un cappuccino. Significa fare archeologia, diplomazia e manutenzione linguistica contemporaneamente. Vuol dire interpretare HTML improbabili, dedurre strutture nascoste, capire se una data sia una scadenza reale o il fantasma di un template copiato nel 2018, negoziare quotidianamente con anti-bot paranoici convinti di proteggere i codici di lancio nucleare mentre tu stai solo cercando un contributo per innovazione agricola o internazionalizzazione PMI.
Dentro VistaGare abbiamo iniziato a raccogliere tutto questo materiale nella nuova sezione dedicata a finanziamenti e incentivi pubblici. Ma la pagina che forse racconta meglio la situazione reale è un’altra: quella dedicata alle fonti. Perché più che un elenco tecnico sta lentamente diventando un atlante zoologico dei comportamenti della pubblica amministrazione digitale italiana osservata nel proprio habitat naturale, fra CMS mutanti, endpoint elegantissimi e reliquie informatiche che sembrano custodite da sacerdoti COBOL sopravvissuti alla fine del Novecento.
