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La paura del remote working

La mia amicizia con Luigi, è iniziata oltre dieci anni fa. Eppure ci siamo conosciuti soltanto l’anno scorso, scoprendo di essere praticamente fratelli. Sapevamo talmente tanto di noi che pareva strano non essersi frequentati tutta la vita.

Ho lavorato con Antonio per anni: poi abbiamo fondato assieme Userbot: ci siamo conosciuti di persona circa un anno dopo che l’azienda era già fiorita.

Il modo di vedere l’amicizia con internet, ha subito una mutazione senza precedenti: i rapporti umani hanno smesso da tempo di interessarsi all’aspetto fisico; si è amici anche se non si va a bere assieme lo spritz ogni weekend.

Quindi perché tutta questa resistenza verso il remote working? Soprattutto per un team di sviluppo è così importante un ufficio fisico?

Tra le maggiori tesi contro il remote working, sentite in giro per aziende di vario genere, c’è l’annosa questione della fiducia: il remote working necessita di fiducia e rende difficile il controllo del personale tanto caro a quelli che io definisco micromanager.

Un micromanager è un manager che trascura i suoi veri compiti per occuparsi di ogni minimo task altrui.

Per un micromanager il remote working è inattuabile, o “quei fannulloni che lavorano per me, non faranno più nulla.”

Una cultura aziendale destinata al rapido fallimento.

Non starò a ripetere la mia solita solfa sul team felice e che ripone fiducia nel management, ve ne ho parlato fino allo sfinimento, ma non c’è nessuna ragione logica per cui uno sviluppatore debba essere più produttivo dopo 1h di Grande Raccordo Anulare (e ritorno) anziché da casa propria, è semplicemente evidente.

Il remote working fornisce al lavoratore tanti pregi irrinunciabili:

  • Può lavorare da casa, dal mare, da un B&B in montagna: non deve rinunciare alla vita per recarsi in ufficio.
  • Può stare vicino alla propria famiglia, mangiare con loro, evitando le tristi e costose insalate del bar vicino all’ufficio.
  • Può lavorare per un’azienda di Milano, stando a Siracusa.
  • Se hai un impegno in mezzo alla mattinata, compatibilmente con gli incontri online fissati, puoi svolgerlo senza problemi, recuperando il lavoro in seguito.
  • Se vuoi terminare un lavoro (mancano dieci righe di codice e domani mi sarò dimenticato) puoi farlo senza preoccuparti della chiusura dell’ufficio, degli orari della metro, del biglietto del parcheggio che scade.
  • Puoi lavorare veramente ad obbiettivi, non curandoti delle effettive ore lavorate, ma dei risultati.

Tutto questo per chi lo ha provato, diventa irrinunciabile, difficilmente un lavoratore in remote working tornerà in ufficio se non costretto.

Non si può tornare indietro, quindi guardiamo per l’azienda se tutto ciò ha dei benefici:

  • L’ufficio diventa meno utile, addirittura può diventare temporaneo, un co-working o sale affittate per brevi periodi.
  • Tutte le infrastrutture associate all’ufficio che erano dei costi fissi, possono trasformarsi in cassa.
  • Il team di lavoro è meno stressato e più felice, perfino l’ambiente ne guadagna.
  • I manager possono fare il loro lavoro, senza distrarsi in micromanagement.
  • Si possono assumere talenti dovunque: la geografia non ha più alcun significato

La mia opinione sul remote working è quindi che sia una strategia assolutamente vincente, almeno nel campo delle aziende che si occupano di prodotti software, e che ormai l’evoluzione è fatta e sarà difficile tornare indietro: il COVID ha obbligato le aziende allo “smart working” termine che non amo e prettamente italiano, ed ora le aziende dovranno fare i conti con i dipendenti che hanno avuto la carota e non vogliono tornare al bastone.

Attendo le vostre riflessioni in merito.

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