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Pierluigi Tassi si racconta

Ciao, sono Pierluigi Tassi, 44 anni in fila per tre, col resto di uno di fronte all’anagrafe, single etero, nerd, metallaro e otaku. Mi occupo di open source da 20 anni e dipendo da un ente pubblico italiano da circa 13.

Il mio primo contatto con la programmazione avvenne agli albori del “nuovo millennio”, poco prima che esplodesse la bolla della “niù economi” esplose portandosi via i portali innanzi tutto.

In quel momento ero a capo di un team di “webmaster” i quali erano indotti dalla direzione di un noto giornale a modificare manualmente pagine su pagine HTML in modo abbastanza ripetitivo.

La mia soluzione fu studiare PHP e, successivamente, istruire le persone del team su come automatizzare i processi ripetitivi di poco valore. Focalizzandoli così sulla creazione di nuovi valori di cui la direzione non sapeva nemmeno di aver necessità.

Se pensi che HTML sia un linguaggio di programmazione, allora occorre retrocedere verso il mio diploma di maturità, quando portai il tema “internet” come oggetto della tesina. Era il 1998.

Il mio percorso professionale è costellato di “leggi e impara”, prima leggevo libri, poi manuali e documentazione, in fine direttamente il codice sorgente. Questo mi ha permesso di partecipare ad un concorso pubblico con qualifica di “Tecnico di applicazioni informatiche” sorpassando in graduatoria neolaureati freschi di ingegneria. Chiamiamola “gavetta” ma più che sacrifici e sofferenza, è frutto di passione. (Forse i termini si sovrappongono…)

La passione per l’informatica e le scienze di comunicazione mi ha indotto a diventare quel che oggi chiamo DevOoops, esattamente con tre ooo. Proprio perché non ho la minima idea di dove stia andando. Poiché, diplomato come Grafico Pubblicitario con indirizzo Computer Grafica, oggi mi trovo a comporre applicazioni web distribuite automaticamente in container come l’esperienza dei Big del Cloud insegna.

Conosco un po’ tutti i linguaggi, di vista. Se dovessi parlare con qualcuno di loro ogni giorno di lavoro, allora sceglierei Javascript e PHP. Anche se ultimamente propendo verso Python.

Pierluigi e me

“Di vista” significa che non sono particolarmente specializzato su niente, proprio per questo posso fregiarmi dell’appellativo DevOps. Poiché da sempre coltivo una vista a 360 gradi sull’informatica e le nuove tecnologie, senza entrare troppo nello specifico in nessuna. Questo mi permette di avere un quadro generale della situazione e saper sempre rispondere quando si parla di “cose tecniche”.

In questo periodo riesco a gestire da solo, anzi in un team formato solamente da me stesso, il processo produttivo di un paio di servizi web strategici per l’ente pubblico. Questionari online e web analytics. Entrambi accomunati dalla necessità di aver cura dei dati personali degli utenti.

Per questo mi devo occupare sia del mantenimento della piattaforma, sia del funzionamento dell’applicazione e relativi interventi di aggiornamento e sicurezza.

Senza la conoscenza pregressa di sistemi, applicazioni e nuovi strumenti, questo non sarebbe possibile e sarei dipendente da altre persone: sistemisti, designer, project manager e quant’altro forniscano i privati nel catalogo Consip della pubblica amministrazione.

Diciamolo chiaramente, sono la “vostra” concorrenza a basso costo, dall’interno, non dai paesi dell’est!

Le attività tecniche mi riescono meglio quando lavoro da remoto, avendo sottoscritto l’accordo di smartworking proposto dall’ente pubblico di cui faccio parte.

Prima di ciò, ovvero fino al 9 marzo 2020 (giorno in cui mi obbligarono ad evacuare l’ufficio a causa della emergenza sanitaria internazionale) ero un forte detrattore dello smartworking, come il ministro Brunetta o forse peggio.

Poi, grazie ad una formidabile opera di formazione e dotazione tecnica messa in campo dal datore di lavoro (l’ente pubblico), ho (ri)scoperto i benefici che già avevo quando lavoravo come consulente informatico prima di entrare alle dipendenze dell’ente pubblico.

Già svolgevo Extreme Programming, già impiegavo diverse sedi oltre all’abitazione. Oggi riconosco la comodità e l’efficacia del sistema di lavoro remoto organizzato, poiché mi permettono di sviluppare meglio il processo creativo alla base del problem solving e scrittura di codice sorgente.

Con una adeguata dose di onestà intellettuale, durante lo smartworking, è possibile produrre più valore in meno tempo. Mentre spesso in ufficio si è sottoposti a continui disturbi e interruzioni dovute alla violazione dello spazio e dell’attenzione.

Oggi l’ente pubblico sperimenta questo cambiamento di abitudini, secondo il mio punto di vista attento alle novità e gli strumenti più efficaci, ottiene una ventata di rinnovamento che va accompagnata da impegno e forza di volontà.

Riusciranno in futuro gli onesti dipendenti pubblici, quelli su cui si è basato il rilancio dell’Italia nel 2020, a sovrastare sempre più gli immancabili “fannulloni”, frutto di stereotipi ma anche di una piccola percentuale di mentalità corrotte, che si nascondo in modo subdolo tra loro?

Per scoprirlo, darò, come sempre, il mio meglio, sia fuori che dentro l’ufficio.

Sebbene il core-business di un ente pubblico non sia lo sviluppo software, quest’ultimo è necessario per realizzare strumenti utili al tessuto imprenditoriale locale.

Alcuni dicono: “lo stato è il socio occulto nella propria attività professionale”, in parte secondo me è vero, per questo penso che l’ente locale dovrebbe acquistare servizi dalle aziende che operano nel proprio territorio anziché affidarsi a multinazionali estere, fornitrici di grandi piattaforme centralizzate. In modo che si instauri un flusso continuo tra riscossione e pagamento.

Secondo me la chiave per decentralizzare è il software open source. In un futuro sempre più prossimo, le pubbliche amministrazioni, che già sono obbligate per legge (Art. 68 del Codice di Amministrazione Digitale) a svolgere determinate analisi comparative, dovrebbero avere modo di poter selezionare professionisti abbastanza capaci, presenti nel territorio locale.

Magari un giorno vedremo alla luce una rete decentralizzata di social network italiani, senza interessi economici quotati in borsa, ma attenti alla privacy degli utilizzatori. Magari la pubblica amministrazione potrebbe essere ammiraglia di un cambiamento tutto nostro. Ad esempio sfruttando quel che oggi viene chiamato Fediverso.

Per questo il mio desiderio sarebbe che sempre più professionisti e cittadini “si sveglino”, come succedeva ai personaggi del celebre film “The Matrix”, collaborando con le amministrazioni locali nella gestione dell’ambiente in cui viviamo, in modo più solidale.

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