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Quiet Quitting

Pare, a giudicare dai post di moda che affollano i nostri quotidiani, che vada di moda lavorare il minimo indispensabile, senza tenere conto dell’azienda come di un organismo di cui si fa parte, o addirittura considerarsi dei parassiti della stessa.

Io sono sempre favorevole ad avere colleghi che tengano in gran conto famiglia e vita personale: questo consente di lavorare con persone equilibrate, che non si intossicano di lavoro, che sono felici di quello che sono diventati finora, che vogliono crescere e migliorarsi, nella vita come nella carriera.

Ho scritto in passato in modo favorevole anche delle grandi dimissioni che considero un fatto sociale rivoluzionario ed interessante.

Ma scusatemi, sarò boomer, ma esaltare l’indolenza no, non mi va bene affatto: ho visto i danni che questo fenomeno, da tempo radicato in aziende e pubbliche amministrazioni, ha fatto e fa ogni giorno.

Io voglio gente che stia bene nella vita, che stia bene anche al lavoro, che sia felice di quello che fa, che si impegni per farlo, che raggiunga in anticipo gli obbiettivi che si prefissa e ne sia contenta.

Se trovassi un “Quiet Quitter” in azienda, ne sarei atterrito: innanzitutto penserei di aver fallito, se ho partecipato alla selezione, di aver fallito nel mio lavoro di team building, di aver fallito a comunicare la vision aziendale, di stare in un’azienda incapace di comunicare obbiettivi di carriera precisi.

Per me sarebbe un fallimento peggiore di mancare una scadenza, di fallire un prodotto, di prendere una shitstorm sui social.

Ho passato tanti anni a dirigere team di sviluppo e lo spauracchio dell’indolente non mi si è mai palesato.

Ho avuto a che fare spesso con stress, a volte con qualche Burnout, ma mai con uno scansafatiche: che questo possa diventare una regola sociale, che si debba ritornare al bastone e alla carota in azienda per ottenere risultati mi spaventa.

Io voglio lavorare con un gruppo di persone intelligenti con molteplici obbiettivi nel lavoro e nella vita, che condividano con me la visione dell’azienda, che siano orgogliosi di quello che fanno sul lavoro, che a volte perfino raccontino a casa i propri successi.

Chiedo troppo?

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