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Istinto

Nel coding spesso si confonde l’istinto con l’esperienza.

Guardando del codice, senza nemmeno leggerlo, qualcosa non ci convince: scopriamo cosa e pensiamo che il nostro istinto abbia avuto ragione anche stavolta.

La realtà è che abbiamo coltivato una visione del codice con gli anni e con essa una forma di automatismo mentale.

Quindi non è fame ma conoscenza.

Stare decine di ore davanti al codice allena la nostra mente in modo conscio ed inconscio.

I nostri sensi in focus sul codice lavorano collegialmente per farci ottenere il massimo risultato col minimo sforzo.

Quindi in autonomia identificano e isolano alcune porzioni del codice, considerandole semplicemente brutte.

Questa decisione apparentemente estetica è invece frutto dell’esperienza e di un’analisi inconscia su più livelli.

Ho elogiato diverse volte la pigrizia “buona” quella che ci fa ottenere soluzioni più rapide in tempi inferiori.

Questa visione del codice aiuta ad essere dei pigri buoni.

Personalmente il mio “istinto” è una maledizione: se qualcosa del codice che ho visto non mi “torna”, il pensiero mi perseguiterà fino a capirne la ragione e risolverla.

Non ha importanza che il codice funzioni, che sia scritto formalmente bene: il dubbio permarrà finché non troverò una soluzione soddisfacente o impazzirò nel tentativo.

Spesso d’altro canto, il mostro si rivela, approfondendo il funzionamento del codice nell’applicazione globale, e vado a dormire soddisfatto.

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